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    L’ironia e saggezza di Federer sui social

    Roger Federer alla Laver Cup 2022

    Campione non solo in campo, ma anche di ironia e saggezza Roger Federer. Il campionissimo elvetico ha postato sui propri social un messaggio curioso, ironico ma anche assai saggio, in merito al proprio ritiro dal tennis, non solo relativamente alla Laver Cup dello scorso weekend ma anche sulle proprie ultime partite disputate.
    “Tutti sognano un finale da favola. Ecco come è andato il mio: ho perso il mio ultimo match in singolare, ho perso il mio ultimo match in doppio, ho perso il mio ultimo torneo a squadre, ho perso la mia voce durante la settimana, ho perso il mio lavoro… Ma, nonostante tutto, il mio ritiro non avrebbe potuto essere più peRFetto e così sono davvero felice per come tutto è andato. Non pensate troppo al finale perfetto, quello di ognuno sarà sempre fantastico a suo modo”.

    La sensazione è che Roger continuerà a farci compagnia sui social… LEGGI TUTTO

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    La schiettezza di Fabio Fognini

    Fabio Fognini (foto Getty Images)

    Non è facile essere schietti quando si perde una partita e giustificare una cattiva prestazione.Fabio Fognini dai social non ha trovato scuse per la sconfitta subita ieri nel primo turno del torneo ATP 250 di Sofia contro l’autraliano Vukic.
    Dichiara Fabio: “A prescindere dalle paroline troppo pesanti….questa sera hanno ragione i miei Haters….ho fatto cacare”. LEGGI TUTTO

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    La sfortuna di Aleksandra Krunic

    Aleksandra Krunic SRB, 15.03.1993

    La settimana scorsa, Daria Saville si è rotta il legamento crociato anteriore del ginocchio nel bel mezzo della partita contro Naomi Osaka. Ora è toccato ad Aleksandra Krunic subire lo stesso identico infortunio. La 29enne serba si è infortunata verso la fine del suo incontro, quando era molto vicina alla vittoria, e ora dovrà affrontare un lungo e difficile stop.
    Tutto è accaduto durante le qualificazioni del WTA 250 di Tallinn, quando l’82esima classificata WTA stava conducendo per 6-4, 5-4 contro Eva Lys. Krunic stava addirittura servendo per chiudere il match, ma il suo ginocchio ha ceduto e in seguito è stato confermato che si trattava effettivamente di una rottura dei legamenti che non solo pone fine alla stagione 2022, ma condizionerà anche il 2023 della sfortunata tennista serba. LEGGI TUTTO

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    Del Potro: “Vivere senza tennis è dura. Ero n.3 del mondo, poi il k.o. al ginocchio e ho perso tutto”

    Juan Martin Del Potro

    Quando ami qualcosa con tutto te stesso, affronti mille difficoltà cercando di superare ogni ostacolo, è dura accettare che sia finita. Una situazione comune a molti tennisti (e sportivi) costretti a gettare la spugna contro la propria volontà per colpa di infortuni troppo gravi per andare avanti. C’è chi riesce a voltare pagina, trovando altre vie per vivere una vita serena e soddisfacente, e chi invece soffre terribilmente l’aver dovuto abbandonare quella vita per la quale aveva investito tutte le proprie energie.
    Juan Martin Del Potro, indimenticabile e sfortunatissimo campione argentino, si è ritirato lo scorso febbraio per colpa di terribili problemi alle ginocchia, ma il tempo che passa non riesce a sanare le ferite al fisico e soprattutto al suo cuore, infranto dal dolore per esser stato costretto a terminare quella passione e vita per la quale ha lottato con tutte le proprie forze.
    In una breve intervista rilasciata al Sun, ha raccontato la sua situazione attuale, con un ginocchio che non ne vuol sapere di guarire e la sofferenza per quella vita sportiva che gli manca terribilmente. Una condizione che fa enorme fatica ad accettare.
    “Recentemente mi sono recato in Svizzera per un altro consulto medico con uno specialista. Ho iniziato una nuova cura, quella che mi era stata consigliata da diversi tennisti professionisti, ma finora non ho avuto un solo risultato positivo. Immaginate quanto sia dura la sensazione che niente stia funzionando dopo ogni tentativo, che si tratti di un trattamento o di un intervento chirurgico. La frustrazione che provo quando le cose non funzionano è difficile da spiegare. Come sempre mi illudo, voglio aspettare, ho fiducia in ogni nuovo trattamento che provo, ma ogni volta che fallisce è un duro colpo da mandare giù. Questo è il mio quotidiano negli ultimi tre anni e mezzo, nonostante gli interventi chirurgici e trattamenti che ho provato, non è mai successo niente di positivo. Adesso posso solo camminare, non riesco a correre nemmeno sul tapis roulant. Anche il solo salire e scendere le scale mi provoca dolore, non posso nemmeno guidare l’auto per molto tempo senza dovermi fermare per sgranchirmi le gambe per via del dolore. Questa è la mia realtà, è molto difficile, molto triste, ma continuo a cercare modi per migliorare. La mia nuova sfida è cercare un modo per vivere meglio, anche psicologicamente, nonostante i miei problemi fisici”.
    Una situazione per niente facile quella vissuta dalla “Torre di Tandil”, come lo hanno sempre chiamato in patria. Ma il suo racconto si fa ancor più duro quando parla dei problemi psicologici che affronta per via di questa situazione, che non riesce ad accettare.
    “La verità è che dal punto mentale non riesco ad accettare una vita senza tennis. Non ho avuto un passaggio graduale per questo, non mi sono preparato, non ho idea di cosa abbiano fatto gli altri giocatori per vivere questo processo e cambiamento in modo sereno. Io non ci riesco. Ero il numero 3 al mondo, finché all’improvviso mi sono rotto le ginocchia ed eccomi qui, senza niente. Ho perso tutto quello che per me era importante”.
    Un dolore costante, sul quale Juan Martin sta cercando di lavorare. “Per tutto questo tempo ho cercato di recuperare, di ritrovare la salute e tornare a giocare, come ho fatto con qualsiasi altro infortunio, e in vita mia ne ho passate di tutti i colori. Finché stavolta è stato troppo, e a Buenos Aires ho detto basta. Da allora sto cercando di ritrovare me stesso, ma sono ancora lì, bloccato in quel processo di riflessione. Continuo a chiedermi quali cose potrebbero piacermi. Quando parlo con altri atleti mi dicono che alcuni hanno impiegato anni per assimilare tutto questo, mi raccontano come si sono preparati. È quello che sto facendo adesso”.
    Parole davvero toccanti, che raccontano quanto DelPo amasse il gioco e la vita del tennista. Possiamo solo augurargli di trovare la forza per accettare la sua situazione e trovare nuovi stimoli per andare avanti, magari fissando un nuovo obiettivo in quel mondo del tennis dal quale non riesce a staccarsi totalmente.
    Marco Mazzoni LEGGI TUTTO

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    Del Potro ed il ginocchio ancora dolorante: “Posso solo camminare”. Paula Badosa ed un “tifoso” bizzarro

    Paula Badosa nella foto

    Ritiratosi dalle competizioni da febbraio (ATP 250 Buenos Aires) a causa di un infortunio al ginocchio destro, Juan Martín Del Potro, ex numero 3 del mondo, ha affermato questo lunedì in un’intervista al quotidiano “La Nácion” che il suo problema è lungi dall’essere risolto e che continua a colpirlo quotidianamente.“Posso solo camminare. Non posso correre o salire le scale senza sentire dolore. Ad esempio, non riesco a guidare senza dolore. È molto complicato e triste”, ha dichiarato l’argentino.Ricordiamo che Del Potro ha recentemente dichiarato di voler dire addio alla sua carriera agli US Open del 2023, ma queste dichiarazioni fanno capire che, se lo farà, sarà sempre con molta sofferenza.
    Paula Badosa è attualmente numero tre della classifica WTA, ma gli ultimi mesi della carriera della 25enne spagnola non sono stati facili, con molte più sconfitte che vittorie. La tennista ha ricevuto alcuni messaggi di odio sui social media, ma ha deciso di condividerne alcuni da parte di una persona che in passato le aveva detto che sarebbe diventata la numero uno del mondo. E più di una volta ed ora chiede di ritirarsi! LEGGI TUTTO

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    Tarpani (coach Passaro): “La convinzione di Francesco ha fatto la differenza”

    Francesco Passaro (foto Pagliaricci)

    Francesco Passaro è certamente uno dei volti nuovi e più interessanti dei molti NextGen azzurri cresciuti in modo esponenziale quest’anno. Il 21enne perugino ha inizio il 2022 al n.602 nel ranking ATP, perdendo al primo turno delle qualificazioni del Challenger di Forlì. Da lì è stato protagonista di una crescita importante. Finale al primo ITF di Monastir a cui ha preso parte, e vittoria nel quarto evento tunisino a fine febbraio. Quindi l’inizio della vera scalata nei Challenger. Il tutto è partito da Sanremo: superate le qualificazioni si è issato in finale, battuto solo dall’emergente danese Rune (dopo aver sconfitto Mager a casa sua). Da maggio la vera esplosione, con la finale al Challenger di Forlì, sconfitto in tre set da Musetti dopo aver superato Munar in “semi”; finale anche a Milano (battuto da Coria), semifinale a Todi e finalmente il primo titolo a Trieste, battendo nel match decisivo il cinese ZhiZhen Zhang. Dopo l’esperienza nelle qualificazioni a US Open, è tornato sull’amata terra Como, dove ha sfiorato il titolo, superato finale dal tedesco Stebe. Ottimi risultati che l’hanno issato all’attuale best ranking di n.122.
    Grandi gambe, diritto interessante (soprattutto quando può spingere l’incrociato dopo aver spostato il rivale), Passaro ha un gioco solido, cerca di imporre un ritmo costante in spinta per aprirsi il campo e tentare l’affondo. Il tutto sostenuto da tanta voglia di lottare. Ha ancora evidenti margini di crescita, e questo lascia pensare che Passaro possa entrare nella top100 ATP e restarci.
    Riprendiamo alcuni passaggi dell’interessante intervista rilasciata dal coach di Francesco, Roberto Tarpani, a Supertennis.tv, nel quale il coach del perugino parla di come è iniziato il suo rapporto con Passaro e di come stiano vivendo quest’ottimo momento di crescita.
    “Sono il padrino di battesimo di Francesco. È come se fosse mio figlio, l’ho visto crescere un giorno dopo l’altro. La prima volta che ha messo piede al circolo avrà avuto non più di sei anni, lo ricordo bene. Abitava qui vicino, veniva a piedi ad allenarsi dopo la scuola e ha seguito il percorso classico che prendono più o meno tutti a quell’età. Già da piccolo aveva qualità superiori rispetto a quelle di molti suoi coetanei, soprattutto dal punto di vista fisico e da quello della coordinazione. Ha avuto un periodo nel quale si è diviso tra tennis e calcio, una sua grande passione, prima di sposare definitivamente questa causa”.
    Non si considera suo “vero” coach da molto tempo: “A dire il vero non da molto tempo, anche perché fino ai 15-16 anni ha svolto un’attività non particolarmente intensa. Col senno di poi è stata una delle migliori decisioni che potessimo prendere. A mio avviso è controproducente far allenare troppo i ragazzi quando sono molto giovani, a 13 anni non si possono avere le idee chiare sul futuro. Fare il professionista è una cosa seria e occorre avere un minimo di maturità nel prendere tale decisione. L’ambiente è bello ma faticoso, pieno di impegni, sacrifici e rinunce. Sostanzialmente è da poco più di un anno che abbiamo iniziato a girare il circuito insieme con continuità”.
    “Anche negli anni passati Francesco ha sempre giocato bene. I motivi dietro le vittorie e la conseguente scalata del ranking sono tanti, ma la convinzione nei propri mezzi è quello che ha fatto la differenza. Abbiamo svolto per due mesi un’ottima preparazione al Centro Tecnico Federale di Tirrenia, facendo i professionisti a 360 gradi, e i risultati si sono visti presto. La vittoria nel 15.000 dollari di Monastir e la finale al Challenger di Sanremo, partendo dalle qualificazioni, sono state una forte iniezione di fiducia. Il lavoro tecnico su servizio e dritto ha fatto il resto, anche se ancora dobbiamo colmare la distanza tra vincenti ed errori gratuiti. Nella nostra idea di tennis c’è voglia di andare a prenderci i punti. Ben vengano gli errori se figli di un gioco propositivo”
    Cosa ha detto a Francesco prima della finale di Trieste: “Niente di particolare. Preferisco lavorare e magari capire dove abbiamo sbagliato. Sapevo che prima o poi sarebbe riuscito a vincere, era solo questione di tempo. La sconfitta nelle tre finali precedenti di Sanremo, Forlì e Milano ci ha fatto aprire gli occhi su alcuni aspetti. Francesco era partito per Trieste convinto che avrebbe vinto il torneo. Questa è la giusta mentalità, quella di avere l’ambizione di provare a vincere ogni torneo al quale ci si iscrive. Le qualità le ha”.
    Chiari gli obiettivi a medio termine: “Milano (NetxGen Finals) è uno dei due obiettivi insieme al main draw degli Australian Open 2023. Se così non dovesse essere la stagione sarebbe comunque ottima, così come le prospettive future. Da adesso in poi, punti da difendere non ce ne sono e il tempo per lavorare bene non manca. Quest’anno siamo stati chiamati più volte a rivedere la programmazione, fortunatamente per puntare sempre più in alto. Ora il calendario prevede i Challenger di Lisbona e Parma, con un sogno legato ai due ATP 250 di Firenze e Napoli”. LEGGI TUTTO

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    Nadal: “Federer sarà irripetibile, per quel che ha fatto e come lo ha fatto”

    Roger e Rafa

    L’immagine di Roger e Rafa piangenti sulla panchina alla Laver Cup lo scorso venerdì, con i due che ti tenevano per mano in un momento di grande emozione, resterà scolpita nella memoria dello sport. Rafa ne ha riparlato a freddo nel corso del programma radiofonico “Onda Cero”, nel quale è tornato sulla propria amicizia e rivalità con Roger. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, nelle quali conferma l’infinita stima per il grande rivale e la sintonia tra i due, che col passare degli anni è diventata così profonda da rendere ogni loro match qualcosa di speciale, portandola oltre al puro fatto sportivo.
    “Sono stati momenti molto belli ed emozionanti, ma allo stesso tempo anche un po’ tristi. Una combinazione di sentimenti molto forti. Da un lato c’era l’entusiasmo e la motivazione per giocare, anche il nervosismo per vivere un momento speciale, e infine la soddisfazione di aver potuto giocare e far parte di quel momento storico. Se ne va una delle più grandi icone della storia dello sport, qualcosa che si vive con tristezza. Se ne sta andando qualcuno che ha intrattenuto, emozionato e ispirato molte persone in tutto il mondo, me compreso”.
    “Le lacrime? Non ho visto le immagini, ma sono stati momenti intensi. Non volevo piangere, era il suo momento, ma sono una persona sensibile, vederlo così emozionato ha reso tutto davvero difficile. È sempre stata una rivalità molto sana, sin dalla prima partita che abbiamo giocato a Miami nel 2004, dove non ero ancora alla sua altezza. Da quel momento abbiamo avuto un buon feeling. Roger oltre ad essere una parte molto importante della mia carriera professionale, è soprattutto una persona che mi ha sempre ispirato, uno da cui ho imparato molto e che mi ha aiutato a progredire. Smette un giocatore che, negli ultimi dieci anni, ha creato con me un legame fortissimo. Abbiamo vissuto tante cose insieme, centinaia di momenti condivisi sia dentro che fuori dal campo. Il ricordo di qualcuno resta irripetibile, per tutto quello che ha fatto e per come lo ha fatto, maestoso ed elegante, anche a livello umano”.
    “Abbiamo avuto una rivalità sportiva molto importante ma, con il passare degli anni, soprattutto con persone che sentono una certa affinità, per le tante cose che abbiamo vissuto insieme, è sbocciata una vera sintonia. In questo senso, invecchiando, abbiamo apprezzato tutte le cose che stavamo vivendo, ci siamo goduti la rivalità più ora che all’inizio, dove l’ambizione di vincere era più feroce. Chiaro vuoi ancora vincere ed essere migliore dell’altro, ma all’interno di quell’idea, abbiamo apprezzato il fatto che le nostre partite fossero qualcosa di diverso dal resto. Ciò che si respirava nell’atmosfera ogni volta che scendevamo in campo per giocare erano sensazioni diverse da quelle che normalmente accade in un’altra partita. Lo abbiamo percepito così, ecco perché erano momenti così speciali, ecco perché abbiamo saputo vivere bene la rivalità, capire che il rapporto personale era più importante di ogni altra cosa”.
    “Sapeva che mi trovato in una situazione difficile, che la mia presenza in Laver Cup sembrava quasi impossibile. Ha annunciato il suo ritiro il 15, ma dieci giorni prima mi ha chiamato per dirmi cosa sarebbe successo. È stata una conversazione difficile, abbiamo passato un quarto d’ora a parlare, mi ha spiegato come erano andati i suoi ultimi mesi ed è stato onesto con me spiegandomi il motivo della sua decisione. Da quel momento mi ha detto che gli sarebbe piaciuto se fossi potuto essere presente a Londra per giocare la sua ultima partita insieme, purché la situazione me lo permettesse. All’epoca nemmeno lui era convinto di essere in forma per la partita, finché non abbiamo parlato di nuovo e mi ha detto che sarebbe stato felice di giocare in doppio. Alla fine sono riuscito ad essere presente, per lui è stato un momento importante e per me è stato un grande onore. Se era importante per lui, diventava ancora più importante e speciale per me”.
    Ultima nota sul proprio futuro ritiro: “Le cose spesso non si possono preparare con molto tempo, non credo che la vita ti permetta di avere una visione così chiara. Adesso non ci penso, è qualcosa che, quando dovrà essere, sarà. Dico sempre la stessa cosa, non puoi preparare le cose così tanto, devi vivere le cose in modo naturale, non credo che neanche Roger l’avesse preparato. Ha avuto l’addio che meritava, poteva essere in campo, cosa che sembrava difficile qualche settimana fa, ma questo per lui era fondamentale. Sono felice che sia riuscito a salutare tutti giocando, lo vorrei anche io. Ma non ci penso, perchè quando inizi a pensarci vuol dire che qualcosa non va, in questo momento la mia testa mi dice che voglio ancora che questo continui”. LEGGI TUTTO

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    Laver Cup b. ATP tour?

    Laver Cup 2022

    No, non c’è stato alcun incontro notturno tra la ricca esibizione tennistica in corso a Londra e il tour maschile. Questa provocazione viene da una considerazione da spettatore. Il tennis mostrato nella tre giorni della kermesse ideata dal team Federer sulla falsariga della storica Ryder Cup funziona, funziona di brutto. E dovrebbe servire come fortissimo stimolo all’ATP per cambiare qualcosa e migliorare il livello di spettacolo mediamente presente sul tour.
    Alla Laver Cup sono dei privilegiati, certo. Hanno un solo weekend da organizzare, e lo fanno in modo impeccabile. Per come tutto funziona, colpisce gli spettatori presenti e a casa. È vero entertainment, da gustarsi in leggerezza. Forse hanno trovato il jolly proprio grazie a questo, è un evento piccolo come dimensione, puoi curare e coccolare in ogni aspetto, e renderlo praticamente perfetto, patinato, veloce, divertente.
    Quest’anno beh, il saluto all’immenso Federer è bastato a far diventare la tre giorni di Londra l’evento dell’anno (e non solo), un momento scolpito nella storia e che resterà indelebile. Ma c’è molto di più a favore della manifestazione.
    Quello che appare evidente anche agli occhi di chi non ama (legittimamente) la Laver Cup, è che in campo si assiste a un tennis diverso. Più leggero, più rapido, con meno tensione. I giocatori in campo si divertono molto, e questo aiuta di brutto lo spettacolo. Rischiano giocate che non farebbero mai in torneo, hanno il piacere di essere lì e di dare qualcosa in più allo spettacolo che rende il tutto molto speciale. Ma nemmeno giocano tanto fare perché hanno un ricco assegno di presenza e non ci stanno proprio a perdere contro rivali affermati. Lo dimostrano i tanti match a dir poco lottati andati in scena in ogni edizione.
    Anche il formato a squadre è qualcosa che attira, pubblico e giocatori. C’è uno spirito bello nelle panchine, una giusta tensione e quella teatralità che può piacere o meno ma diverte. Vedi i campioni sotto una luce diversa, e attrae. Lì rende forse ancora più avvicinabili. Su questo dovrebbe riflettere chi organizza la Davis, il tennis può essere vincente per il pubblico anche a squadre. È la diversità a creare aspettativa e spettacolo, non un’offerta continuativa ma ripetitiva.
    Non credo che il modello Laver Cup possa essere replicato più e più volte nell’ anno, è bene così, altrimenti perderebbe la sua differenza e unicità. Ma allo stesso tempo credo che chi governa il tennis di vertice debba riflettere, osservare con curiosità e mente aperta i motivi del successo della Laver Cup, analizzando sul perché molti eventi del tour propongono spettacoli rivedibili con divertimento e appeal limitato. Lavorare su superfici, ingolfamento del calendario, format e altri aspetti. Alla fine studiare chi riesce in qualcosa di unico è sempre importante. Forse aver meno quantità di eventi ma con una qualità media superiore potrebbe aiutare.
    Sottolineo che il lavoro dell’ATP non è affatto facile, e riescono a produrre qualcosa di eccellente. Ma su può fare ancora di più, come lo stesso Gaudenzi ha affermato più volte puntando sul migliorare la attrattività dello spettacolo per il pubblico.
    Intanto gustiamoci la ultima giornata della Laver Cup 2022. Che poi per match ad alta tensione con la bellezza dei punti in palio per le Finals ne avremo ancora diversi, per fortuna anche a Napoli e Firenze, aspettando il Master di Torino.
    Marco Mazzoni LEGGI TUTTO