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    USA: anche Kelsey Robinson e Ciara Michel nel nuovo campionato “pro”?

    Di Redazione
    Si va componendo la lista di giocatrici che parteciperanno al primo campionato professionistico USA organizzato da Athletes Unlimited. Anche la schiacciatrice dominicana Bethania De La Cruz si è aggiunta ufficialmente a un elenco che comprende ormai molte giocatrici di rilievo internazionale: Sheilla Castro, Lauren Gibbemeyer, Jordan Larson, Aury Cruz, Ozge Kirdar, Karsta Lowe per citare soltanto le più conosciute. Tra gli ultimi arrivi in ordine di tempo troviamo anche giocatrici provenienti direttamente dal college, come la centrale Taylor Morgan, e inoltre le palleggiatrici Kaylee Manns e Brie King, l’opposta Alex Holston e la schiacciatrice Lindsay Stalzer.
    I rumors parlano però di altri grandi nomi in arrivo: tra questi potrebbero esserci Kelsey Robinson, una volta conclusa la sua esperienza nella Superleague cinese con il Guangdong Evergrande, e la centrale britannica Ciara Michel, ormai dedicatasi a tempo pieno all’attività di intervistatrice su YouTube, ma desiderosa di tornare in campo. Secondo alcune voci anche Rachael Adams, separata in casa con l’Aydin BBSK, potrebbe aderire al nuovo campionato anziché accettare le generose offerte provenienti da Fenerbahce e Galatasaray.
    Intanto Athletes Unlimited ha reso noto il (cervellotico) regolamento del campionato, che, come già noto, non si giocherà con squadre fisse ma con 4 team (Gold, Blue, Orange e Purple) selezionati di settimana in settimana dai 4 capitani, che saranno le top scorer della giornata precedente. I punteggi per la classifica finale saranno attribuiti su base individuale, tenendo conto non soltanto di vittorie e sconfitte, ma anche dei premi di MVP e delle statistiche personali (servizio, attacco, palleggio, difesa, ricezione e muro). Per gli interessati, il complicato sistema è consultabile online.
    (fonte: AUProSports.com) LEGGI TUTTO

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    USA: la NVA è tornata, a segno gli Utah Stingers di Jake Langlois

    Di Redazione
    Dopo aver saltato l’intera stagione a causa della pandemia di coronavirus, la NVA (National Volleyball Association) – unico campionato professionistico maschile degli USA – è finalmente rientrata in campo: lo ha fatto con un torneo a 8 squadre giocato interamente a Salt Lake City, dal 5 all’8 novembre scorsi. Ad aggiudicarsi il titolo sono stati gli Utah Stingers, guidati da una vecchia conoscenza del nostro campionato: Jake Langlois, passato da Monza nella stagione 2017-2018, che si è anche aggiudicato il titolo di MVP.
    Gli Stingers sono arrivati imbattuti alla finale, in cui hanno superato per 3-1 (25-19, 21-25, 25-19, 25-18) gli Stunners; terzo posto per i Ramblers di Las Vegas, che si sono imposti sui padroni di casa del Team Freedom. Oltre a Langlois sono stati premiati anche il compagno di squadra Leo Durkin come miglior palleggiatore, Nick Amado e Joey Jarvis degli Stunners rispettivamente come miglior centrale e miglior schiacciatore, Ryan Mathers e Antwain Aguillard dei Ramblers come miglior opposto e secondo miglior centrale.
    (fonte: Instagram NVA Usa) LEGGI TUTTO

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    USA: anche Odina Aliyeva al via della lega professionistica

    Foto Facebook Volleyland of Sultans

    Di Redazione
    Altro grande nome internazionale per il nuovo campionato professionistico degli Stati Uniti organizzato da Athletes Unlimited. La competizione che prenderà il via a febbraio avrà tra le sue protagoniste anche Odina Aliyeva, schiacciatrice azera (nota anche con il nome di Bayramova) ben conosciuta anche dal pubblico italiano per aver vestito le maglie di Firenze nella stagione 2016-17 e di Chieri nel 2018-19. Lo scorso anno Aliyeva ha giocato in Indonesia con il Jakarta Pertamina Energi; la partecipazione della 30enne attaccante alla nuova lega è stata annunciata sui social dalla sua agenzia Icon Volley.

    Tra le ultime giocatrici confermate nella “lista d’ingresso” del nuovo campionato ci sono anche Samantha Seliger-Swenson, palleggiatrice protagonista di una clamorosa “toccata e fuga” a Casalmaggiore a inizio stagione, e Ebony Nwanebu, lo scorso anno in A2 a Martignacco. Non ancora ufficiale, ma ormai scontata, la presenza della dominicana Bethania De la Cruz.
    (fonte: Instagram Icon Volley) LEGGI TUTTO

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    Sheilla conferma: “Giocherò negli USA con Athletes Unlimited”

    Di Redazione
    Dopo mesi di attesa è arrivata finalmente la conferma ufficiale: ci sarà anche Sheilla Castro tra le protagoniste del campionato professionistico degli Stati Uniti organizzato da Athletes Unlimited, che si disputerà a partire da gennaio 2021. La campionessa brasiliana lo ha annunciato nel corso di una conferenza stampa online: “Il livello della competizione e degli allenamenti – ha dichiarato – mi preparerà per giocarmi le mie chance di disputare la quarta Olimpiade della mia carriera“.
    Un’altra giocatrice straniera che dovrebbe entrare tra le 44 protagoniste del campionato è Özge Kirdar: manca ancora la conferma ufficiale, ma la palleggiatrice turca – che fino allo scorso anno ha giocato nel THY – lo ha anticipato in un podcast online.
    (fonte: Web Volei) LEGGI TUTTO

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    Vicky Giommarini, dalla VCU alla Francia: “Negli States ho capito quanto conta la squadra”

    Di Redazione
    Iniziamo oggi nell’ambito della rubrica “USA College” una rassegna che ci porterà a scoprire le storie di giovani pallavoliste e pallavolisti italiani che, dopo aver giocato nei campionati universitari americani, hanno scelto di proseguire la loro carriera sportiva, e spesso anche accademica, in altre leghe straniere. Cittadini, o forse meglio “atleti” del mondo, che ci racconteranno le loro esperienze ed i loro progetti.  
    Cominciamo con Vicky Giommarini (all’anagrafe Maria Victoria), classe 1996, nata in Argentina, ma cresciuta in Italia: dopo l’esperienza nelle giovanili con il Volleyrò Casal de’ Pazzi, la società più titolata d’Italia, la partenza per gli States, una laurea in Environmental Sciences alla VCU (Virginia Commonwealth University) e una vittoria del campionato, da poche settimane si trova a Clamart, piccolo comune francese alle porte di Parigi, dove ha iniziato la preparazione con la sua nuova squadra.
    Partiamo dall’attualità: oggi sei in Francia. Raccontaci dove giochi e cosa stai facendo a livello di studio. Che ambiente hai trovato? 
    “Inizialmente avevo deciso soltanto di dedicarmi solo allo studio e fare i miei master in Europa visti questi tempi incerti, ma successivamente, parlando con un’amica mi sono detta: ‘Perché non continuare a fare entrambe le cose?’. Quindi ho contattato il mio procuratore e, dopo aver ricevuto diverse offerte, ho deciso di giocare a Clamart. La società, che milita nella Ligue Nationale 1, mi ha accolto con molto entusiasmo e gentilezza. Anche se non tutti parlano inglese, fanno di tutto per farsi capire. Fortunatamente ci sono alcune ragazze che lo parlano molto bene e mi traducono per farmi capire cosa dicono o gli esercizi“.
    Sei giovanissima, ma hai già avuto la possibilità di giocare in Italia, negli Stati Uniti e ora in Francia. Quali differenze hai trovato a livello di pallavolo, sia in termini di allenamento che di competizione?
    “La differenza più grande che ho trovato è che gli Stati Uniti danno molta importanza ai pesi e al lavoro di squadra. Se qualcuna commette un errore, dal non indossare il giusto abbinamento o dal non presentarsi in orario, scatta la punizione di squadra, mai individuale. Il livello di competizione e di allenamento sono simili in tutti e tre i paesi, l’unica cosa che varia sono alcune regole a livello del gioco ma niente di più“.
    Sei cresciuta a livello sportivo nel Volleyrò, uno dei migliori settori giovanili d’Italia, se non il numero 1. Quanto ha inciso sulla tua crescita poter giocare in un ambiente così e quali sono stati i passaggi fondamentali della tua esperienza a Roma? C’è un coach in particolare a cui devi molto?
    “Giocare al Volleyrò ha inciso molto sulla mia formazione pallavolistica. Grazie a loro ho avuto delle solide basi e delle esperienze indimenticabili come per esempio vincere lo scudetto giovanile! Tutti gli allenatori mi hanno aiutato ad essere la giocatrice che sono. Alessandro Giovannetti è stato il mio primo allenatore al Volleyrò, infatti è stato lui ad insegnarmi ad amare la pallavolo e a costruire i miei fondamentali: se non fosse stato per lui, oggi, non sarei in grado di ricevere! A consolidare queste basi e a rendermi più forte caratterialmente sono stati Luca Pieragnoli e Luca Cristofani. Loro hanno contribuito in maniera netta alla mia formazione come atleta. Grazie ad entrambi so cos’è il duro lavoro. Inoltre, mi hanno insegnato ad essere determinata e a non mollare mai“.
    Grazie a Sportlinx360 sei approdata in Virginia, per studiare e giocare alla Virginia Commonwealth University con una borsa di studio. Ti sei laureata in Environmental Sciences e hai giocato con la squadra di pallavolo dell’Università. Ma prima della tua partenza c’è un aneddoto particolare. Puoi raccontarci tu la storia?
    “Prima di andare a giocare in Virginia ho giocato per dua anni in due squadre di B1 lontane da casa. Siccome fino a quel momento non avevo mai vissuto da sola o con delle coinquiline, decisi di fare un po’ di esperienza. Il primo anno non è stato facile, ma con il supporto della mia famiglia e dei miei amici sono andata avanti. Durante questi due anni sono diventata più indipendente, e ho migliorato il mio inglese. Ho ritardato di un anno la partenza per gli States e l’allenatrice e il college mi hanno aspettato, conservando la mia borsa di studio per l’anno successivo: una cosa che mi ha dato ulteriore conferma di aver scelto il posto giusto per me“.
    Parliamo dell’esperienza americana. Fare lo studente-atleta è un qualcosa di entusiasmante ma allo stesso tempo pesante. Come è stato l’impatto con una realtà accademica e sportiva totalmente diversa dall’Italia? Quanto e come è cambiata la tua vita?
    “In Italia ero abituata a tornare la sera tardi ed a studiare fino a tardi, cosa che mi ha reso una persona molto organizzata, rendendo più facile la transizione in America. La parte più pesante è quando si gioca (quindi da agosto a novembre), perché si viaggia molto, si perdono lezioni e devi recuperare i test. Per fortuna abbiamo la possibilità di avere un Advisor che ti supporta nell’organizzare la tua scheda semestrale. Questa persona ti aiuta con la scelta delle classi e degli orari in modo da rendere tutto un po’ più semplice e a perdere il minor numero possibile di lezioni“.
    E’ stata sicuramente una esperienza importante per te. Cosa ti ha dato, o meglio, cosa ti ha lasciato, a livello sportivo e soprattutto umano?
    “È un’esperienza che rifarei ad occhi chiusi. A livello pallavolistico mi ha fatto capire l’importanza della squadra, di giocare non per te stesso ma per la tua squadra, di fidarsi l’una all’altra. Essere anche capitano per due anni mi ha aiutato ad esprimere e a comunicare con diverse personalità, a prendere decisioni che influiscono non solo su me stessa, ma anche sulla mia squadra ed essere una figura modello per le più giovani. A livello umano non mi ha solo fatto diventare molto più matura e responsabile, ma anche molto più estroversa“.
    Se dovessi citare tre momenti indimenticabili della tua esperienza americana quali ricorderesti in particolare?
    “È dura scegliere soltanto tre momenti. Però quelli che mi sono rimasti più impressi nella mente sono quando sono arrivata nella mia università e i miei allenatori mi hanno mostrato il campus. Mi ricordo ancora che il mio primo pensiero fu: ‘Wow, sembra di essere in un film!’. Allora il mio campus mi sembrava così grande che pensai che mi sarei persa, ma con il tempo mi ci sono abituata. Il secondo momento indimenticabile è quando abbiamo vinto il campionato nel 2017. La nostra scuola non lo vinceva dal 2005! 
    Il terzo è stato la mia Senior Night. La Senior Night è un evento dedicato agli atleti all’ultimo anno di università: prima dell’inizio dell’ultima partita in casa tutti gli student-athletes dell’ultimo anno vengono accompagnati in campo da membri della propria famiglia per ricevere le onorificenze. Purtroppo i miei genitori non erano riusciti a venire, quindi chiesi al mio strength coach di accompagnarmi: una persona che stimo molto e che mi ha aiutato tantissimo nella mia crescita sia a livello personale che in palestra. Il momento indimenticabile è stato quando gli domandai se mi poteva accompagnare, lui mi guardò con occhi lucidi e mi abbracciò dicendomi che sarebbe stato un onore e che nessuno in 20 anni della sua carriera glielo aveva mai chiesto“.
    Oggi che sei in Francia, cosa ti aspetti da questa nuova avventura? 
    “Per il momento spero che il campionato non venga cancellato! Mi aspetto di vivere tantissime belle esperienze e di crescere ancora di più a livello personale e come atleta. E l’inizio per ora possiamo dire che è stato incoraggiante: due vittorie su due partite di campionato disputate, l’ultima per 3-1 nel week end appena trascorso“. LEGGI TUTTO

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    La Lega NAIA, un circuito “alternativo” per gli studenti-atleti

    Di Redazione
    Per continuare il nostro viaggio nelle conference delle Leghe sportive universitarie americane, vi proponiamo un approfondimento sulla National Association of Intercollegiate Athletics (NAIA). I membri di questa associazione sono college e università in genere di dimensioni medio-piccole, per la maggior parte privati e in molti casi religiosi, ripartiti in 2 Divisioni e 21 gironi (conferences).
    Questa lega si estende prevalentemente nel centro-Est e sulla costa Ovest, escludendo alcuni stati del centro degli USA. In ordine alfabetico abbiamo: American Midwest Conference (AMC), Appalachian Athletic Conference (AAC), California Pacific Conference (CAL-PAC), Cascade Collegiate Conference (CCC), Chicagoland Collegiate Athletic Conference (CCAC), Crossroads League (CL), Frontier Conference, Golden State Athletic Conference (GSAC), Great Plains Athletic Conference (GPAC), Gulf Coast Athletic Conference (GCAC), Heart of America Athletic Conference (HAAC), Association of Independent Institutions (AII), Kansas Collegiate Athletic Conference (KCAC), Mid-South Conference (MSC), North Star Athletic Association (NSAA), Red River Athletic Conference (RRAC), River State Conference (RSC), Sooner Athletic Conference (SAC), Southern States Athletic Conference (SSAC), Sun Conference (TSC) e Wolverine-Hoosier Athletic Conference (WHAC).
    La NAIA riconosce 14 sport, tra cui 13 maschili e 12 femminili e svolge 26 campionati annuali. Nella categoria di “emerging sports” ovvero discipline che non sono ancora state ufficialmente riconosciute dalla lega troviamo il Beach Volley femminile e il football femminile. Vista la continua crescente popolarità del Beach Volley nei college e i numeri in costante aumento delle istituzioni che lo stanno aggiungendo, ci si può augurare che entro breve venga ammesso definitivamente tra gli sport sponsorizzati anche dalla NAIA.
    Tra gli sport più competitivi della NAIA al primo posto troviamo la pallacanestro maschile, nella quale molti atleti riescono a continuare la propria carriera professionistica sia in America che in Europa. Un esempio di eccellenza cestistica proveniente dalla lega NAIA è il coach dei Toronto Raptors (campioni in carica NBA) Nick Nurse, fresco di nomina come migliore allenatore dell’anno 2019-20, proveniente dalla Grand View University (Des Moines, Iowa) università appartenente alla Heart of America Athletic Conference (HAAC).
    Ma non solo basket: anche baseball, calcio, wrestling, atletica e pallavolo sono sport che non hanno molto da invidiare al livello della più conosciuta NCAA. Infatti, spesso si pensa che il livello della NAIA non sia all’altezza delle altre leghe, ma in parecchi sport le migliori 20 squadre possono tranquillamente competere con alcune di quelle della NCAA Division 1 e la maggior parte della NCAA Division 2. Ne sono una conferma gli atleti di Sportlinx360 che competono nel campionato NAIA ottenendo ottimi risultati.
    Prima su tutti Margherita Marconi, che dopo essere cresciuta tra le fila della Lardini Filottrano ha avuto la fortuna di conquistare il titolo nazionale NAIA 2018 con Park University: come ha confessato in varie interviste, ha rappresentato uno dei momenti più belli della sua vita. Da quest’anno Margherita potrà contare su un’altra italiana, Vera Beltrame, che è diventata anche lei una delle Pirates ed insieme a Marconi tenterà l’assalto ad un altro nazionale.
    Il percorso di Andrea Maggio (anche lui ha vestito la maglia della Park University) è un’altra testimonianza dell’ottimo livello della lega NAIA. Infatti, dopo un anno di esperienza alla Newcastle University in Inghilterra dove ha conseguito un Master, Andrea ora gioca nella IBB Polonia London, squadra che milita nel massimo campionato d’Inghilterra e che partecipa anche alla Champions League, dove proprio nei giorni scorsi ha affrontato la Trentino Itas.
    Cercando di seguire le orme di Andrea, anche Leonardo Annichini, dopo essere stato conteso dalle migliori squadre della NAIA, ha deciso di vestire la maglia di Grand View University con cui cercherà di vincere il titolo nazionale per i prossimi anni. Tra le altre università al top sia a livello maschile che femminile troviamo la Missouri Baptist University, che ha visto Caterina Cigarini distinguersi sia a livello accademico che sportivo, ottenendo il riconoscimento di All-American tutti e quattro gli anni. Adesso Caterina è rientrata in Italia e milita nel campionato di serie A2 con la Exacer Montale, oltre ad essere entrata a far parte dello staff Sportlinx360.
    Come dimostrato da questi esempi di eccellenza, anche la Lega NAIA può offrire grandi opportunità anche per chi desidera continuare la propria carriera sportiva una volta terminati gli studi universitari. Una realtà che Sportlinx360 non vede l’ora di farvi scoprire. LEGGI TUTTO

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    Storie di Volley: Debbie Green Vargas, da schiacciatrice tascabile a regista geniale

    Di Stefano Benzi
    Quando la pallavolo non era ancora uno sport che teneva in grande considerazione standard fisici di un certo rilievo e il libero non era minimamente tenuto in considerazione da chi stava studiando l’evoluzione del gioco, una ragazzina di 12 anni, magra e gracilissima ma con un’impressionante potenza di salto, si presenta a una selezione per la squadra di pallavolo della sua scuola. La ragazzina si chiama Deborah Green: ha due gambe sottili sottili e un po’ storte e il suo primo allenatore la definisce “una molla impazzita”.
    Ha una storia molto particolare: è nata in Corea del Sud. Suo padre fa parte delle forze della Nato che resteranno a presidiare il paese per molti anni durante la crisi internazionale del 38esimo parallelo. Originario del Tennessee ,il maggiore Green rimane in Asia per diversi anni. Poi si innamora della cameriera della tavola calda dove era solito pranzare quasi tutti i giorni. Si sposano nel 1958 e nasce la piccola Deborah, figlia unica di una famiglia atipica, che in pochi anni respira l’aria cosmopolita della base militare del padre imparando a parlare non solo coreano, ma anche giapponese, inglese e un po’ di spagnolo.
    Quando Deborah è ancora piccolissima, tutta la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, in California. Deborah, in un paese che non ha ancora completamente superato la sua avversità per le etnie asiatiche dopo la Seconda Guerra Mondiale, cresce con qualche disagio in una scuola dove essere americani e bianchi ha ancora una certa importanza. Le vacanze sono sempre alla Hawaai: e qui Deborah fa amicizia con la pallavolo. Un colpo di fulmine. La ragazzina ha un talento incredibile nella gestione dello spazio e atleticamente è un fenomeno: salta come un grillo, arriva ovunque, non ha paura di niente.
    Foto Half-Korean.com
    A dodici anni il primo impatto con una palestra: il suo primo allenatore la prova come universale, all’epoca si chiavano così i giocatori che si alternavano tra attacco e difesa, con pochi schemi e molto senso di improvvisazione. Poi, improvvisamente, la folgorazione: Debbie si trova a dover palleggiare “…e ho avuto la sensazione che si trattasse di una magia – aveva raccontato la sua allenatrice di allora in un documentario – aveva un talento incredibile, innato per andare incontro a qualsiasi traiettoria, anche la più sporca, per trasformarla in un appoggio perfetto”.
    La schiacciatrice tascabile, strepitosa in ricezione, comincia ad allenarsi per diventare palleggiatrice. Si allena per mesi e mesi arrivando ad alzare una frequenza di palloni impressionanti, anche venticinque al minuto. E finito l’allenamento Deborah rinforza le sottilissime leve con tappeti elastici e salti da fermo. In due anni rimane piccola, mingherlina, ma con due braccia fatate e due mani d’oro. Il papà, di fronte a giocatrici che si affacciano alle high school con un fisico da fenomeni, le racconta di un giocatore di football, Mercury Morris, running back di velocità formidabile che arrivava a malapena all’1.75: un nano per gli standard del suo sport. È l’esempio del quale Debbie ha bisogno.
    Perché nonostante tanti allenamenti Debbie rimane piccola, anche se cresce enormemente sotto l’aspetto del temperamento e della forza agonistica: diventa una leader. A soli sedici anni è capitano della sua rappresentativa scolastica, viene selezionata per la rappresentativa nazionale e vive il suo riscatto. Una ragazza che ha sempre vissuto le sue radici con un certo disagio diventa un punto di riferimento nazionale.
    La pallavolo sta cambiando: nessuno guarda alla potenza dell’opposto, o alle statistiche: tutto ruota attorno alla personalità dell’alzatore. Debbie si allena sei ore al giorno per diventare la migliore alzatrice possibile: salta più delle sue schiacciatrici e si inventa schemi e soluzioni a ogni partita. Talmente tanti che il tecnico della sua squadra universitaria a un certo punto le chiede di ridurre le potenziali azioni offensive a non più di cinque moduli, perché le compagne non riuscivano a reggere il suo ritmo.

    È tra le prime giocatrici a capire che il servizio è un’arma: a forza di tentativi perfeziona il suo jump set battendo ogni anno il record di ace. Vince due titoli USC, chiude la stagione 1977 con le USC Trojans dominando il titolo AIAW con 38 vittorie e appena 7 set persi. La sua efficacia al servizio è del 94%, gli ace sono non meno di quattro a partita, almeno uno a set. Arriva la nazionale: quando nel 1980 gli USA boicottano i giochi di Mosca Debbie non si dà pace. Piange a dirotto per due giorni e due notti. E decide di lasciare la pallavolo. Ma al terzo giorno è in palestra, si allena da sola per sette ore di fila fino a quando il custode della palestra non le dice “vattene a casa, Debbie”.
    Appuntamento rinviato al 1984 a Los Angeles: gli Stati Uniti sono d’argento, solo nel 2008 la nazionale americana riuscirà a fare altrettanto. Le americane perdono solo dalla Cina di Lang Ping. Una beffa: la squadra cinese viene battuta 3-1 nel girone eliminatorio ma domina la finalissima, 3-0. Nel 1988 le Olimpiadi sono a Seul. Debbie sarebbe la testimonial perfetta… ma il nuovo CT dice che “è poco versatile” e la lascia a casa. Debbie, che nel frattempo ha sposato Joseph Vargas, monumentale atleta della nazionale statunitense di pallanuoto, decide che è il momento giusto per allargare la famiglia. Nasce Nicole, la sua prima figlia. E comincia a pensare che giocare non sia poi l’unica cosa da inseguire con ostinazione. Arriva anche Dana e la pallavolo non è più l’unica cosa che conta.
    Foto Half-Korean.com
    Rifiutando qualsiasi corte da parte di club europei e asiatici, i giapponesi erano pronti a pagarle oro una stagione da allenatrice, Debbie Green mette su casa a Santa Barbara. Si iscrive all’università a Long Beach, facoltà di psicologia e comunicazione, si laurea e allena mattina, pomeriggio e sera guidando per 23 anni il programma di volley del suo ateneo. Vince quattro titoli nazionali e si ritira nel 2009 proprio quando sua figlia Nicole entra a far parte del programma della squadra nazionale. E qui c’è un episodio che merita di essere citato, anche se sfocia nella leggenda…
    Accompagnando la figlia a un camp a Colorado Springs, il CT Hugh McCutcheon le chiede se abbia voglia di dare una mano, se voglia entrare nel programma come consulente. Ma Debbie, che dimostra la metà dei suoi anni e continua ad allenarsi come una ragazzina, gli risponde che non ha più voglia di passare in palestra otto ore al giorno per sei giorni la settimana. McCutcheon deve rassegnarsi, ma si toglie una soddisfazione: le appoggia una palla per vedere il suo tocco, quello che i commentatori americani avevano definito il suo “magic flow”. Debbie, schiena al tecnico, si gira di scatto, si porta sotto la palla e alza un pallone perfetto, che sembra dipinto.
    A palla ferma, si dice che il CT le abbia chiesto se non avesse voglia di giocare ancora un po’… LEGGI TUTTO