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    Zoe Fleck nel dream team delle Texas Longhorns: “Un’occasione incredibile!”

    Di Alessandro Garotta

    I “superteam” da qualche anno sono una realtà consolidata nel mondo sportivo americano: i Los Angeles Lakers 2003-2004, i Boston Celtics 2007-2008, i Miami Heat 2010-2014 e i Golden State Warriors 2017-2019 nella NBA e i Los Angeles Rams 2021-2022 nella NFL rappresentano l’epitome di questo concetto. In questa stagione, però, c’è un’altra squadra che sembra poter rivaleggiare su questo piano, almeno per quanto riguarda il mondo della pallavolo NCAA. 

    Un recruiting clamoroso ha fatto sì infatti che tre dei migliori talenti a livello liceale dell’intera nazione, Emma Halter, Devin Kahahawai e Marianna Singletary, giochino per la stessa squadra, le Texas Longhorns: si prospetta, quindi, un futuro raggiante per l’ateneo di Austin. Ma il presente non è da meno: coach Jerritt Elliott e il suo staff possono contare su un gruppo già molto forte composto dalle certezze Asjia O’Neal, Logan Eggleston, Molly Phillips, Saige Ka’aha’aina e Bella Bergmark, a cui in estate si è aggiunta anche il nuovo libero Zoe Fleck. 

    Volley NEWS vuole portarvi alla scoperta proprio di questa giocatrice che, dopo essersi guadagnata la luce dei riflettori con prestazioni da urlo e numeri da vera leader alla UC Santa Barbara e alla UCLA, guiderà la seconda linea delle Longhorns con l’obiettivo di vincere il titolo: sarebbe il miglior biglietto da visita per il percorso da professionista che inizierà tra qualche mese.

    Foto Instagram Zoe Fleck

    Zoe, presentati brevemente raccontandoci qualcosa su di te.

    “Sono nata e cresciuta a Los Angeles, California. Entrambi i miei genitori sono stati atleti: mia madre giocava a pallavolo, mentre mio padre è stato campione di tuffi alla UCLA. Ho due fratelli più piccoli e, in generale, la mia è una famiglia che ama lo sport e l’agonismo. Siamo stati sempre molto attivi, sia che si trattasse di fare escursioni, di andare in campeggio o in spiaggia, dove ho scoperto il Beach Volley“.

    Com’è nata la tua passione per la pallavolo? 

    “Ho vissuto la mia prima esperienza di pallavolo indoor a 9 anni, quando mia madre mi ha portato ad un provino per entrare a far parte di un club locale. Stavo già giocando a calcio e facendo cross country, ma pensava che avrei dovuto provare anche il volley. All’inizio ero così magra che le ginocchiere mi continuavano a scendere lungo gli stinchi (vedi foto sotto, n.d.r.)! Naturalmente, essendo molto piccola, sono stata subito schierata come libero e ricordo di essermi innamorata immediatamente di questo sport“.

    Foto Instagram Zoe Fleck

    Chi per primo ha intravisto le tue potenzialità?

    “Morgan Wijay e Stephanie Wigfall, i miei primi allenatori a cui sono ancora molto legata. Mi hanno sempre incoraggiato e sostenuto. L’anno scorso, quando ho avviato i miei coaching camp di pallavolo per giovani liberi, sono state le prime persone che ho chiamato per qualche consiglio. Entrambi sono modelli eccezionali per me e so che saranno sempre pronti ad aiutarmi“.

    Hai giocato per due stagioni con le UCLA Bruins: come descriveresti questa esperienza? Qual è il tuo ricordo più bello?

    “Crescere nella famiglia delle Bruins, avere l’opportunità di giocare per UCLA di fronte ai miei amici e familiari: è stata la realizzazione di un sogno che avevo fin da bambina! Porterò sempre con me il ricordo della prima volta che abbiamo giocato contro USC al Pauley Pavilion (la casa delle Bruins, n.d.r.) di fronte a 6.500 tifosi, vincendo quella partita e festeggiando con le compagne di squadra e le nostre famiglie“.

    È appena iniziato il tuo anno da supersenior in NCAA. Come mai il passaggio alla University of Texas?

    “Dopo la laurea alla UCLA, ho fortemente considerato l’opzione di diventare professionista. Io e il mio compagno abbiamo parlato a lungo riguardo alla possibilità di trasferirci in Europa lo scorso gennaio per l’inizio di una nuova fase della mia carriera. Poi, però, ho ricevuto l’offerta dalla University of Texas e c’è stata una vera e propria congiunzione astrale. Far parte di questo programma è un’occasione incredibile, anche perché nel frattempo posso conseguire la seconda laurea e portare avanti i miei coaching camp. Nel mio percorso universitario finora ho avuto la fortuna di frequentare palestre straordinarie e imparare da grandi allenatori, ma ho la sensazione di aver lasciato il meglio alla fine“.

    Foto Instagram Zoe Fleck

    Quali sono i tuoi obiettivi per la fall season 2022?

    “Solitamente cerco di evitare di creare aspettative, sia nello sport sia nella vita. Preferisco focalizzarmi su ciò che sto facendo in questo momento piuttosto che preoccuparmi del futuro o soffermarmi sul passato. Subito dopo il mio arrivo in Texas, la nostra squadra ha scelto il suo motto per questa stagione: ‘I am, because we are’ (io sono perché noi siamo, n.d.r.). Se riesco a provare gioia e gratitudine per il presente, allora posso sperare che sia lo stesso per l’intera squadra. Questo è il mio obiettivo: godermi il viaggio, momento per momento“.

    Il roster delle Texas Longhorns è davvero spaziale quest’anno. Come vedi la tua nuova squadra?

    “La concorrenza all’interno della nostra squadra è qualcosa di irreale. Lo staff ha fatto un lavoro incredibile per mettere insieme un gruppo di giocatrici straordinarie. Ma ancora più importante è il grande lavoro nel mettere insieme persone che vogliono imparare e crescere. Che tu sia una matricola o, come me, sei alla tua quinta stagione di pallavolo al college, tutte cerchiamo di migliorare ogni volta che entriamo in palestra. Trovo questo aspetto molto stimolante“.

    Nel 2023 inizierai la tua carriera da professionista. Cosa ti aspetti da questa nuova avventura?

    “Sono entusiasta di iniziare la mia avventura da giocatrice professionista, ma non mi faccio illusioni. Ho parlato con liberi che stanno giocando o hanno giocato in Europa e so che è una grande sfida. Devo anche dire che sono fortunata ad avere un compagno originario dell’Europa e disposto a viaggiare all’estero insieme a me. Quando ho deciso di trasferirmi in Texas per questa stagione, ha accettato di venire con me e abbiamo detto: ‘Ho a disposizione un anno per far parte di questo programma, incontrare nuove persone, assimilare i meccanismi di gioco della squadra, competere al livello più alto possibile e poi passare allo step successivo’; quindi, questa la vedo un po’ come la mia prima esperienza da professionista. Ovviamente in Europa troverò anche nuove culture, lingue, stili di gioco e competizioni, perciò non vedo l’ora di fare questo passo per continuare a migliorare“.

    Foto Instagram Zoe Fleck

    Qual è il tuo punto di forza principale come giocatrice?

    “Penso che uno dei miei punti di forza sia l’aver imparato ad accettare le avversità. Non ero una delle prime reclute in uscita dal liceo e nessun college mi ha offerto una borsa di studio della durata di quattro anni. Negli Stati Uniti andare al college è costoso e i miei genitori sono stati onesti con me, dicendomi che non avrebbero potuto permettersi di sostenere i costi della mia università e che avrei dovuto guadagnare una borsa di studio. Così, durante la mia carriera ho dovuto spostarmi per motivi economici: Texas è il mio terzo college in cinque anni. Le maggiori difficoltà di questo percorso sono state l’incertezza e i continui cambiamenti, ma allo stesso tempo penso che siano state una fortuna. Infatti, ho potuto giocare con tante compagne ed essere allenata da diversi coach, e così ho imparato ad adattarmi e a sentirmi a mio agio anche nelle situazioni più scomode. Penso che queste abilità siano molto importanti per una giocatrice che vuole diventare professionista, soprattutto se deve giocare all’estero“.

    Quali sono i tuoi sogni per il futuro?

    “Un giorno mi piacerebbe giocare in Serie A. So che i liberi stranieri sono pochi in Italia perché in questo ruolo ci sono giocatrici locali forti (ho giocato insieme a un libero italiano, Emilia Petrachi, durante l’esperienza alla UC Santa Barbara); però qualcuno ce n’è, come ad esempio Brenda Castillo a Scandicci. Inoltre, le mie amiche attualmente impegnate nel campionato italiano, tra cui Mac May a Bergamo, mi hanno raccontato del calore dei tifosi e di quanto sia bello giocare davanti a loro. Mi piacerebbe anche continuare a implementare la mia attività legata al coaching e aiutare la pallavolo a crescere il più possibile. È lo sport migliore al mondo e negli Stati Uniti la sua popolarità è in costante crescita, perciò sono davvero curiosa di vedere come si evolverà questo scenario nel prossimo decennio“.

    Un’ultima curiosità. Quali sono le tue passioni extrapallavolistiche?

    “Al di fuori della pallavolo, ho una grande passione per gli animali. Sono vegana da quattro anni e mi piace sensibilizzare l’opinione pubblica o dare una mano alle associazioni benefiche per gli animali. Inoltre, da sempre sono innamorata della ginnastica e pratico diversi sport, tra cui il tennis. Da poco ho iniziato a giocare anche a pickleball!“. LEGGI TUTTO

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    Sarah Fahr: “Gli infortuni ti insegnano a tenere sempre la testa alta”

    Di Alessandro Garotta

    La malasorte spesso si diverte. Frase strana questa, eppure così concreta: capita a volte che dinanzi a noi vengano a crearsi, in una frazione di secondo, muri altissimi. Cosa fare in questo caso? C’è chi sceglie di tornare indietro e chi, invece, decide di passare oltre. In questa seconda categoria di persone rientra Sarah Fahr, che il muro se l’è trovato davanti ben due volte nell’ultimo anno: ad aprile si è infatti procurata una nuova rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, lo stesso che era stato operato dopo il brutto infortunio di cui la giovane centrale della Prosecco Doc Imoco Volley Conegliano e della nazionale era stata vittima durante gli Europei 2021.

    La frazione di secondo prima citata – tanto è necessario negli atleti per razionalizzare la causa del dolore – che ti abbatte, la consapevolezza che bisognerà stare fermi per diversi mesi. Tutto ciò può essere sconfitto solo da una volontà ferrea. Come quella di Fahr, che si è raccontata in esclusiva ai nostri microfoni.

    Foto Imoco Volley

    L’infortunio e la ricaduta. Come sta vivendo questo momento delicato della sua carriera?

    “È un percorso di alti e bassi. Ho sempre cercato di affrontare l’infortunio con una mentalità positiva e prendere il meglio da quello che mi stava succedendo. È stato così per il primo infortunio ed è così anche per il secondo. Sto imparando tante cose su me stessa e sul mio corpo che magari non avrei mai potuto conoscere senza questi stop. È certamente un periodo difficile, ma mi permetterà di tornare in campo con maggiori consapevolezze“.

    A che punto è il programma riabilitativo? Si è fatta un’idea di quando potrà tornare in campo?

    “Non c’è una data prestabilita in cui è programmato il mio rientro in campo: sono passati quattro mesi dal secondo infortunio e tornerò appena possibile. Sto affrontando il recupero pensando a me stessa, al fatto che sono ancora giovane e ho un’intera carriera davanti, e perciò non voglio affrettare i tempi. È un percorso ‘step by step’ che prevede controlli e test mensili per verificare se posso proseguire. Questa modalità di lavoro mi fa stare tranquilla e mi permette di concentrarmi al massimo per capire ciò che è giusto o sbagliato per il mio corpo“.

    Quali sono stati i suoi pensieri nel momento in cui le hanno comunicato che doveva sottoporsi a un nuovo intervento al ginocchio destro?

    “Diciamo che non sono stati pensieri felici e positivi… A differenza della prima volta, quando avevo accettato l’infortunio fin da subito, la seconda è stata una bella batosta. Ho passato una settimana in cui ero davvero giù di morale e non sapevo dove trovare le forze per ricominciare da capo, perché un conto è rompersi un legamento crociato a distanza di anni e un altro romperselo a distanza di otto mesi. Poi, però, grazie a un incontro per caso con una persona in treno, ho capito che le cose brutte nella vita sono altre. Da lì ho cambiato modo di affrontare l’infortunio tornando a vivere questo periodo in modo positivo, come possibilità di crescita personale“.

    foto Instagram Sarah Fahr

    Secondo lei, il dolore in qualche modo rende migliori, fortifica?

    “Credo di sì. In questi mesi ho imparato tantissime cose nuove su di me e avverto di essere cambiata sia dal punto di sportivo sia da quello umano. Quando ti fai male, ricevi messaggi del tipo ‘tranquilla, vedrai che tornerai più forte di prima’: è proprio vero, perché gli infortuni ti insegnano a tenere la testa alta anche nei momenti più difficili e ti obbligano a percorrere una strada in salita ma che, una volta rientrata, sarà utile per il prosieguo della carriera“.

    Che effetto le fa un’estate senza maglia azzurra? Cosa le manca di più della nazionale?

    “Senza dubbio, un effetto strano… Dopo il primo infortunio, il mio obiettivo era quello di tornare in nazionale e dare il massimo nelle competizioni estive. Purtroppo non è stato così, quindi ho cercato di vivere questi mesi nel modo più sereno possibile. Alla fine, è stata la mia prima estate libera da quando avevo tredici anni. Me la sono goduta al massimo, sperando di tornare presto in nazionale. Mi mancano le emozioni che solo la maglia azzurra sa regalare, e ovviamente anche il gruppo che si è creato. Sabato scorso (20 agosto, n.d.r.) sono andata a trovare le mie compagne ed è stato bellissimo riabbracciarle“.

    Foto LVF/Rubin

    Nonostante l’infortunio, Conegliano non ha esitato a confermarla nel roster per la prossima stagione. Come ha visto questo atto di grande fiducia della sua società?

    “Non posso fare altro che ringraziare il club dal profondo del cuore, perché dopo gli infortuni è sempre stato al mio fianco, aiutandomi e non facendo mai mancare il suo sostegno: Conegliano è una grande famiglia e me lo ha dimostrato in questo periodo. Sento di poter dare ancora tanto a questa società e non vedo l’ora di ringraziarla dando il 100% in campo“.

    Conferme importanti e tanti innesti di qualità. Cosa ne pensa della nuova Imoco, e in particolare del rinnovato reparto delle centrali?

    “Come sempre i nostri presidenti sono riusciti a costruire una squadra importante e ben equilibrata, che potrà giocare per raggiungere grandi obiettivi. Non vedo l’ora che inizi questa stagione per ritrovare ‘vecchie’ amiche e conoscere le nuove arrivate. Per quanto riguarda le centrali, penso che sia stato mantenuto un livello molto alto. Conosco Marina (Lubian, n.d.r.) e Federica (Squarcini, n.d.r.) da quando ero piccola e sono davvero contenta di averle in squadra. E poi c’è sempre Robin (De Kruijf, n.d.r.)… È straordinario avere la possibilità di giocare con lei e ammirarla da vicino in allenamento“.

    foto Rolando Samperna / Instagram Sarah Fahr

    Il livello del campionato italiano si è alzato ulteriormente, ma Conegliano deve difendere il titolo. Siete sempre le favorite nella lotta per lo Scudetto?

    “Sono contenta che il campionato sia ulteriormente cresciuto di livello e penso che sarà divertente giocare tante partite combattute ed equilibrate. Noi dovremo difendere il titolo, ma non so se siamo le favorite. L’unica cosa certa al momento è che io e le mie compagne, comprese le nuove arrivate, vogliamo dimostrare che Conegliano punta sempre in alto“.

    Sarà la sua terza stagione all’Imoco. Quali sono i suoi ricordi più belli di questa esperienza finora?

    “È la mia terza stagione a Conegliano, anche se forse sarebbe più corretto considerarla come la mia seconda annata con la maglia gialloblu. Ovviamente la prima è stata indimenticabile perché siamo riuscite ad esprimere una bella pallavolo e abbiamo vinto tutto quello che si poteva vincere. Ricordo con piacere anche il rientro in campo e le poche partite che sono riuscita a giocare l’anno scorso prima del secondo infortunio: è stato molto emozionante tornare a giocare con le mie compagne“.

    In una precedente intervista ci aveva raccontato che il suo motto è “Fai della tua vita un sogno, e di un sogno una realtà“. Dunque, le chiedo: quali sono i suoi sogni nel cassetto?

    “Ho tanti sogni nel cassetto, ma credo che adesso per me il più importante sia tornare a giocare, esprimermi al massimo delle potenzialità e continuare la mia carriera senza infortuni“. LEGGI TUTTO

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    Il ritorno dei Bosetti dopo 5 anni al Vakif: “Parole d’ordine, reclutamento e mentalità”

    Di Eugenio Peralta Affermare che il 2022 sia stato un anno magico per i Bosetti fa abbastanza sorridere: lo sono stati più o meno tutti, da quando la famiglia più vincente della pallavolo italiana ha iniziato a calcare i campi da volley. Eppure l’ultima stagione ha avuto davvero qualcosa di speciale per Giuseppe Bosetti e Franca Bardelli, sia perché, dopo 5 anni, è stata l’ultima alla guida del settore giovanile del VakifBank Istanbul, sia perché si è conclusa con un risultato senza precedenti: per la prima volta nella sua storia il club turco ha vinto il titolo nazionale in tutte e 5 le categorie giovanili a cui ha partecipato (Under 12, 13, 14, 16 e 18), successi che si sommano ai 5 trofei conquistati dalla prima squadra per un trionfo senza precedenti. Non a caso Giovanni Guidetti li ha voluti salutare con parole di infinita stima al momento del loro addio: i due tecnici italiani hanno fatto epoca anche a Istanbul, come in tutte le piazze in cui hanno lavorato. Ora Giuseppe e Franca sono rientrati in Italia, ma di riposare non se ne parla nemmeno: tra un camp estivo e l’altro (ne è appena terminato uno in Romania, organizzato dalla Federazione locale) si pensa già al futuro, e quando li si sente ventilare l’ipotesi di smettere di allenare non si riesce a crederci nemmeno per un secondo. Ma andiamo con ordine: ecco la nostra intervista esclusiva agli allenatori più vincenti del volley giovanile italiano. Foto VakifBank Spor Kulubu Come mai avete deciso di lasciare il VakifBank? “Siamo stati benissimo a Istanbul, sia come rapporto con la società, sia come ambiente esterno, ma il nostro ciclo si era concluso. Siamo partiti con un contratto biennale e siamo arrivati a 5 anni: ora è giusto che vadano avanti gli allenatori turchi. L’obiettivo era proprio quello, far crescere i loro tecnici e cercare di cambiare la mentalità delle ragazze, e spero che lo abbiamo raggiunto“. I risultati, di certo, parlano a vostro favore… “L’ultimo anno è stato davvero trionfale. Intanto ci siamo salvati in Serie A2, con tante difficoltà perché avevamo una squadra giovane con due anni di pandemia alle spalle, e qui i campionati si sono fermati del tutto. E poi abbiamo vinto tutti i titoli Under: non ci eravamo mai riusciti con l’Under 16, che era sempre stata il nostro problema, mentre quest’anno era molto buona. Sull’Under 18 avevamo qualche dubbio in più, perché nella prima fase avevamo sempre perso contro le big, arrivando terze nel girone: già raggiungere le finali era un bel traguardo, ma una volta lì abbiamo giocato benissimo sia in ricezione sia in attacco, e ci siamo meritati la vittoria“. Foto ACS Champions Sibiu La Turchia sembra essere ormai la principale avversaria dell’Italia a livello giovanile, almeno in Europa: come giudicate il livello generale? “Il livello è molto buono, c’è un patrimonio di giocatrici importante. Il problema è la qualità dell’allenamento. Manca ancora qualcosa per arrivare a vincere con costanza: al livello delle prime ormai ci sono arrivate, ora serve il salto di qualità. Se continueranno a lavorare seguendo una strada che speriamo di aver tracciato, le potenzialità ci sono. Alcuni degli allenatori del VakifBank si sono trasferiti in altri club, e questo contribuisce a elevare lo standard generale“. Quali sono le differenze che avete riscontrato con l’Italia e in cosa, secondo voi, la Turchia deve ancora crescere? “Nel metodo, nell’approccio al lavoro in palestra, nella capacità di prepararsi per essere atlete di livello e diventare una delle migliori giocatrici al mondo, perché è di questo che si parla al Vakif: almeno 15-20 giocatrici uscite dal vivaio giocano con regolarità nella massima serie. Per questo serve cultura del lavoro, serve stare in palestra con attenzione: non è solamente una questione di tecnica, ma di tanti fattori che contribuiscono a creare un livello importante. Poi, naturalmente, al Vakif c’è uno dei contesti migliori al mondo in assoluto, in termini di strutture, risorse e tecnici, che ti permette di lavorare nel migliore dei modi“. Foto Instagram Giovanni Guidetti E poi c’è Giovanni Guidetti… “Lavorare con lui è un po’ speciale! Devi essere sempre aggiornato e informato, perché il suo è un livello al top mondiale. E poi tutta la struttura che c’è dietro è efficiente e di grande qualità: nel suo team ha almeno 8 allenatori, di cui 4-5 fanno anche da sparring in allenamento, senza considerare la parte medica e tutta la struttura che accompagna la squadra, dalla cucina alle sale fisioterapiche“. Come vivono la pallavolo le ragazze turche? “In Turchia ormai la pallavolo è un fenomeno globale, i risultati della nazionale hanno portato un ritorno importantissimo a livello di pubblicità, di immagine e di risorse economiche. Le giocatrici sono delle star, partecipano a spot e programmi televisivi, e questo è uno stimolo importante per una giovane che inizia a giocare. Soprattutto per le donne, che nella società turca stanno pian piano guadagnando una posizione che non hanno mai avuto: lo sport, e la pallavolo in particolare, sono un veicolo importante per questo“. Da quest’anno in Italia ci saranno nuove regole per favorire la crescita delle giocatrici, come l’obbligo del settore giovanile per le squadre di Serie A. Cosa ne pensate? “Bisognava farlo una vita fa! Se no si arriverà a non avere più abbastanza giocatrici per il numero di squadre che ci sono. Per un club è importantissimo formare le giocatrici destinate all’alto livello. In Italia abbiamo il mercato anche in Serie D, in Prima Divisione… ma se non si lavora nel proprio contesto e sul proprio territorio è meglio lasciar perdere e non fare neanche attività, in qualsiasi categoria. È giusto quello che è stato fatto, ma non deve essere una decisione estemporanea. Le società dovrebbero essere in grado di costruirsi delle collaborazioni sul territorio per migliorare il reclutamento: è quello che abbiamo fatto al VakifBank, dove quando siamo arrivati si faceva selezione tra 20-30 bambine. All’ultimo incontro ne sono venute 600! Abbiamo fatto selezione anche nelle scuole, ottenendo il permesso dal governo perché all’inizio non ci lasciavano entrare, e in generale abbiamo cercato di ridurre il numero delle ragazze nella foresteria e lavorare di più a livello locale“. Foto ACS Champions Sibiu Inevitabile chiederlo: cosa farete il prossimo anno (risponde Giuseppe, n.d.r.)? “Sto aspettando qualche offerta, vedrò se c’è qualche possibilità. Ho parlato con alcune società, ma non ho più voglia di ricominciare da zero la ricostruzione di un settore giovanile, ci vogliono almeno 4-5 anni. Sto pensando anche di smettere…“ Il fil rouge che lega la famiglia Bosetti alla Turchia, intanto, resiste: proprio mentre mamma e papà partono, Lucia torna in Sultans League per giocare nella neopromossa Cukurova. E sempre in Turchia, ad Ankara, la sorella Caterina è stata assoluta protagonista del trionfo dell’Italia in VNL… “Lucia aveva riflettuto sulla possibilità di fermarsi, poi ha preso al volo questa proposta molto vantaggiosa ed è giusto così, se lo merita per la grande carriera che ha fatto ad alti livelli. Qualche offerta dall’Italia c’era, ma sono arrivate troppo tardi. Per quanto riguarda Caterina, è in un momento di forma straordinario… aveva già fatto grandi stagioni in passato, come a Modena e a Novara, ma adesso è arrivata a un livello di maturità che si può raggiungere solo con l’età“. LEGGI TUTTO

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    Bianca Cugno, promessa argentina: “Il mio modello è Paola Egonu”

    Di Alessandro Garotta Il volley è ormai dei centennials. Il tempo scorre, e più passa, più ci si accorge di quanto sia inevitabile puntare sulle giocatrici nate dopo il 2000. Tra chi sgomita per farsi strada e chi, invece, il proprio percorso lo ha già cominciato, c’è una categoria di talenti che, compiuti questi step, è ormai in predicato di iniziare un nuovo capitolo: consacrarsi a “crack” di livello mondiale. Potrebbe essere questo il prossimo scenario della carriera di Bianca Cugno, opposta argentina classe 2003 che dallo scorso anno gioca in Francia nelle file del Béziers.  L’abbiamo intervistata per capire a che punto sente di essere nel percorso verso la gloria. Lei, che con i giusti passi è diventata uno dei migliori talenti sudamericani in circolazione.  Foto CEV Bianca, ci racconti qualcosa di lei. “Sono una persona dal carattere forte, ma non lo mostro se non nelle situazioni in cui è necessario. Sono sempre disponibile ad aiutare ed entrare in empatia con quelli che mi circondano. Amo trascorrere il tempo libero insieme alla mia famiglia, ai miei amici e ai miei cani. Mi piace anche cucinare, guardare film o serie, e fare attività sportiva all’aria aperta“. Abbiamo letto che lei è “oriunda”. Quali sono le origini della sua famiglia? “Sì, la mia famiglia è di origini italiane“. Come è nata la sua passione per la pallavolo? “Ho iniziato a giocare nella squadra della mia città (Devoto, n.d.r.) all’età di 6 anni. Era lo sport praticato dalla maggior parte delle mie amiche e, siccome me lo consigliavano, decisi di provarlo. Così andai qualche volta, ma la prima pallonata in testa mi fece cambiare idea. Dopo qualche anno di pattinaggio, ricominciai a giocare a pallavolo senza più abbandonarla“. Chi è il suo modello di riferimento? “Paola Egonu. Mi piace molto il suo modo di giocare ed è una persona che ammiro. Trovo eccezionali le sue capacità e il suo talento pallavolistico“. Come si descriverebbe come giocatrice? In cosa pensa di poter migliorare? “Sono una giocatrice che ama attaccare e assumersi la responsabilità di essere uno dei principali terminali offensivi della sua squadra. Avendo 19 anni, ho ancora grandi margini di miglioramento, per cui devo lavorare duramente, consolidare le abilità in tutti i fondamentali e cercare di perfezionarle“. Cosa pensa quando viene descritta come la più grande promessa della pallavolo argentina? “Al momento cerco solo di continuare a crescere e di aiutare la mia squadra, qualsiasi essa sia. Perciò, questo tipo di considerazione non è un peso, ma una forte motivazione ad impegnarmi ancora di più“. In Argentina ha giocato per l’Universitario Cordoba, l’Estudiantes de La Plata e il Boca Juniors. Quanto sono state importanti per lei queste esperienze? “Sono i tre club che mi hanno permesso di crescere sia dal punto di vista sportivo sia da quello personale. Ho la percezione che in ciascuna di queste esperienze io sia riuscita a fare un salto di qualità“. Come mai a 18 anni ha scelto di lasciare l’Argentina per andare a giocare in Francia?  “Quando mi sono resa conto che il mio rendimento era di un certo livello, ho iniziato a considerare l’idea di andare a giocare all’estero, e nello specifico in Europa, come sogno e obiettivo a breve termine. Così, appena mi si è presentata l’occasione, ho accettato questa sfida senza esitazioni“. Com’è stata la sua prima stagione con il Beziers? “Mi sono divertita quest’anno in Francia. È stata una stagione che mi ha insegnato tante cose. Sono arrivata con grandi aspettative riguardo alla mia crescita come giocatrice e alla possibilità di conoscere la pallavolo e i campionati europei. Alla fine, ho avuto l’opportunità di giocare in quasi tutte le partite, e questo mi ha aperto nuove prospettive e aiutato a migliorare“. Ha notato differenze tra la pallavolo argentina e quella europea? “La differenza è evidente, a cominciare dal fatto che la pallavolo in Europa è considerata uno sport professionistico. Inoltre, il livello e il numero di giocatori stranieri presenti in ogni squadra rendono i campionati molto competitivi“. Quanto è stato difficile adattarsi a una nuova vita all’estero? “Non mi ci è voluto tanto per adattarmi: dal giorno in cui sono arrivata mi sono sentita a casa, soprattutto grazie al club e alle mie compagne di squadra. Durante la mia permanenza in Francia ho trovato un ambiente molto accogliente“. Come sta andando l’estate in nazionale? Quali sono i vostri obiettivi? “Abbiamo iniziato ad allenarci a maggio e ci stiamo preparando per il torneo di qualificazione ai Giochi Panamericani. Questo è il nostro obiettivo principale. Poi, ovviamente, ci piacerebbe raggiungere un buon risultato anche al Campionato del Mondo. A livello personale, voglio dare il mio meglio per la squadra in modo da poter fare grandi cose“. Quali sono i suoi sogni per il futuro? “Mi piacerebbe molto proseguire il mio percorso sportivo a livello internazionale e giocare nei campionati esteri. Queste esperienze mi aiutano a crescere non solo come giocatrice ma anche come persona, permettendomi di conoscere nuove culture, lingue, tradizioni e persone, e trovare nuovi amici a cui sarò legata per sempre“. LEGGI TUTTO

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    Mikaela Stevens pronta all’avventura in Europa: “Voglio far crescere il volley australiano”

    Di Alessandro Garotta Australia, terra lontana almeno venti ore di aereo dall’Italia e tra le nove e le dodici ore avanti rispetto al nostro fuso orario. Un paese fantastico, dove gli sport più famosi e praticati sono il rugby, il cricket ed il surf. Ovviamente si gioca anche a pallavolo, ma il livello dei campionati laggiù non è il massimo della vita. Perciò, sempre più spesso i migliori talenti australiani decidono di intraprendere nuove esperienze in Europa con l’obiettivo di migliorare ed elevare il proprio livello di gioco. Oggi vi portiamo alla scoperta di una di queste giocatrici: Mikaela Stevens, palleggiatrice – classe 1998 – delle Volleyroos, ormai pronta a lasciare la terra dei canguri per inseguire il proprio sogno pallavolistico. Per iniziare, parlaci un po’ di te. Chi è Mikaela Stevens? “Mi definirei una persona solare, estroversa e tranquilla, a cui piace passare il tempo con la sua famiglia e praticare o seguire sport“. Com’è nata la tua passione per la pallavolo? “Da piccola amavo praticare ogni tipo di sport, ma ad un certo punto ho iniziato a nutrire una predilezione particolare nei confronti della pallavolo perché mi piaceva il concetto di squadra e l’idea che praticare questa disciplina ad alti livelli mi avrebbe permesso di viaggiare in tutto il mondo“. C’è un modello a cui ti sei ispirata? “I miei modelli pallavolistici sono state le giocatrici del Team USA, anche se devo ammettere che mi è sempre piaciuto guardare le partite e affrontare da avversaria Nootsara Tomkom della Thailandia perché è una palleggiatrice spettacolare“. Com’è stata la tua carriera dagli esordi fino ad ora? “Ho mosso i miei primi passi come pallavolista tra la scuola e una squadra locale, per poi essere selezionata al centro di sviluppo della nazionale australiana; da qui sono anche stata selezionata per giocare nella nazionale senior. Ora sono in attesa di poter fare uno step importante e trasferirmi in Europa per giocare da professionista“. Foto Instagram Mikaela Stevens Quali sono stati i momenti più belli del tuo percorso pallavolistico? “Vivo i momenti più belli della mia carriera ogni volta che canto l’inno nazionale dell’Australia con la maglia verdeoro. Ricordo con piacere anche l’esperienza al torneo asiatico di qualificazione alle Olimpiadi nel 2020“. Tre parole per descrivere il tuo stile di gioco. “Fisico, divertente e travolgente“. Com’è giocare a pallavolo in Australia? “La pallavolo in Australia cresce piano piano. Ci stiamo impegnando affinché un numero sempre più grande di atlete possa trasferirsi all’estero per diventare professioniste e il nostro programma possa essere completamente finanziato, visto che attualmente i giocatori devono pagare per giocare in nazionale. Fino a questo momento la mia esperienza con le Volleyroos è stata gratificante ma allo stesso tempo impegnativa“. Cosa deve fare la squadra femminile australiana per migliorare la propria posizione nel ranking? “Stiamo lavorando duramente per giocare al massimo livello possibile e migliorare la velocità del nostro gioco, la varietà e la fisicità delle nostre giocatrici. Inoltre, stiamo spingendo un numero maggiore di ragazze a giocare a tempo pieno, e non solo per pochi mesi all’anno prima di iniziare i tornei internazionali“. L’estate 2022 sarà ricca di sfide per le Volleyroos. Come la vedi? “Sono molto felice di scendere in campo per questa nuova stagione con la nazionale perché è dal 2020 che non ho avuto la possibilità di viverne una. Sarà interessante capire a che livello siamo e come si comporteranno le nostre giovani che per la prima volta sperimenteranno il palcoscenico internazionale. Sarà bello anche vedere quanto riusciremo a migliorare come squadra partita dopo partita“. Nella stagione 2022-2023 verrai in Europa per un nuovo capitolo del tuo percorso. Quali sono le tue aspettative? “Non vedo l’ora di poter giocare a tempo pieno, confrontarmi con atlete professioniste e migliorare sia fisicamente sia mentalmente. Non vedo l’ora anche di provare nuovi stili di gioco e metodi di allenamento: spero che queste novità mi possano aiutare a fare passi in avanti nella mia crescita pallavolistica“. E gli obiettivi per la tua carriera? “I miei obiettivi a breve termine sono di giocare da titolare in nazionale e dimostrare di essere una palleggiatrice di forte impatto. Invece, a lungo termine, vorrei aiutare la squadra femminile australiana a entrare nella Top 10 del ranking mondiale ed essere interamente finanziata“. LEGGI TUTTO

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    Cernic tra club, nazionale e l’affetto dei tifosi: “Mi manca già quel mondo”

    Di Roberto Zucca Ci sono quei poster sportivi che dalla camera e dai ricordi non si dovrebbero mai staccare. Sono le istantanee della vita pallavolistica, fatte dei momenti in cui la pallavolo era un’altra cosa. Le folle oceaniche di tifosi affollavano la serie A1, ma anche la A2. Le Polaroid regalavano momenti sfuocati ma bellissimi, i diari si scrivevano o si utilizzavano per incollare l’autografo del campione di turno e la domenica si trascorreva lungo l’emozione della gara delle 18:00, in cui anche il riscaldamento e soprattutto la fine della partita era funzionale al sentimento sportivo vissuto. Di quelle domeniche Matej Cernic deve averne vissute parecchie, tra tante società, vittorie, interviste, amici e avversari incontrati sul campo da gioco. Sabato 30 aprile 2022 un compagno di squadra di Matej decide di dare il via ad un commovente messaggio di addio. Cernic lascia la pallavolo. E pochi minuti dopo il popolo nostalgico che prima affollava il palazzetto e ora i social network, tributa centinaia di post ad uno dei beniamini degli ultimi vent’anni di storia di questo sport: “Sono uno silente. Uno che preferirebbe stare sempre dietro le quinte di questo sport. A parte i compagni, la mia famiglia e la società, nessuno sapeva di questo mio ultimo anno. Un compagno ha simpaticamente fatto la spia sui social, e io ammetto oggi, di non essermi trovato pronto a quella risposta. Il telefono non ha smesso di trillare da sabato, tra messaggi chiamate, notifiche e frasi pubblicate sui social. Per me è stato un mix di imbarazzo e commozione”. È il segno che la pallavolo le ha voluto molto bene Matej: “In un certo senso sì. Ho imparato ad amare l’affetto dei tifosi un po’ tardi, prima lo vivevo con troppa timidezza, che spesso passava per snobberia. Ma non ero snob, tutt’altro. Ho sofferto quella popolarità eccessiva, perché pensavo fosse troppo per me. Ricorda quei bagni di folla dell’Europeo 2005 a Roma? Ecco, forse ho capito a venticinque anni che facessero parte del pacchetto della mia vita pallavolistica. E adesso mi manca già molto tutto quel mondo”. Il messaggio più bello di questi giorni? “Quello di Mino Balestra, che ha dato il via all’onda di affetto arrivata da sabato notte. Ha detto cose a cui un compagno come me aprono il cuore, veramente belle. E poi un messaggio inaspettato di Samuele Papi, che per me è stato un mito. E che mi ha scritto che è stato bello condividere assieme il campo. Lo leggevo e pensavo sono io a doverti scrivere queste cose, non tu!” Quando ha capito che era arrivato il momento dell’addio? “Alla fine del girone di andata. Quest’anno la spalla non mi ha lasciato stare e il dolore, durante il ritorno si è fatto così intenso che non riuscivo più ad attaccare. Sono sopravvissuto con i pallonetti praticamente. E devo ringraziare la mia società, il Volley Club Grottaglie, che mi ha permesso di finire la stagione e che mi ha lasciato giocare fino alla fine”. (Foto: Instagram Matej Cernic) Il momento dell’addio è stato toccante? “Molto, anche se io non me ne rendo ancora conto. Lo speaker ha annunciato questa cosa inaspettatamente ed è stato toccante, sì”. Lo percepisco dalla sua voce. Ma il suo è solo un arrivederci al volley? “Si, anche se adesso mi prendo tutto il tempo per elaborare ciò che vorrei fare in futuro. Sicuramente resteremo in Puglia con la famiglia. Poi capirò se l’impegno che vorrò prendere con il volley sarà magari come allenatore, o come direttore sportivo o un impegno in società. Adesso non riesco a pensarci del tutto. Ho bisogno di uno stacco”. Torniamo indietro nel tempo. Lei è stato l’uomo dei più, lo sa? Partiamo dall’etichetta di più bello. Quando le è pesato? “(ride n.d.r) Savani e Cisolla, solo per citarne due, erano più belli di me! Comunque no, non mi è pesato anche perché non ho certo costruito una carriera sulla presunta bellezza”. Il più talentuoso. “No, anche qui. Le potrei fare il nome di Martino, Rosalba. Io forse, di quella generazione potrei essere stato il più tecnico. Ma non mi faccia dire queste cose, che ho giocato con tanti giocatori incredibilmente più bravi di me”. Il più leggendario. “In che senso?” Su di lei circolano delle leggende. Me ne dica una vera. La tifosa svenuta a Bologna? “Vera. Che scena. Io ero imbarazzatissimo”. Lei che per andare a festeggiare una vittoria con la nazionale si lancia da un terrazzino dell’hotel. “Ma chi gliele ha raccontate queste cose?”. È vera? “(ride n.d.r.) No comment”. Lei è stato un po’ folle negli anni migliori. Lo sfizio che si è tolto con i guadagni della pallavolo. “La barca. Era una bella barca e io amavo pescare. Valeria, mia moglie, mi ha convinto a fare questo investimento perché sapeva del mio amore per il mare. Ma è acqua passata, ho venduto tutto. Resta solo un grande amore per il mare e la pesca”. Mi dica il più forte contro cui abbia mai giocato? “Impossibile. Inizierebbe una sfilza di nomi che non finirebbe più. Anche per gli allenatori. Sono una persona che ha giocato delle partite meravigliose, circondato da una cornice di pubblico incredibile, da compagni e avversari davvero leggendari e da allenatori che mi hanno sempre lasciato qualcosa”. La vittoria più bella? “Atene 2004. La gara contro il Brasile del girone con il set concluso 32-30 per noi. Che emozione. La guardo ogni qualvolta Raisport ritrasmette quelle partite”. (Foto: Instagram Matej Cernic) Chiudiamo con Roma 2005. È il ricordo più bello? “Uno dei più emozionanti. Il pubblico che non smetteva di applaudire e tifare. Noi che vinciamo contro la Russia. Mi sto emozionando anche ora”. So che non ama parlare della sua vita privata. Posso solo chiederle quanto Valeria, sua moglie, è stata importante per la sua carriera? “Lei mi vuole far piangere, però! Io non so se sarò mai in grado di dimostrare a mia moglie quanto sia stata e quanto sia importante per me. Ma lei è certamente stata importantissima per migliorare il Matej uomo e il Matej giocatore, che con lei è certamente diventato più equilibrato. Valeria è stata in grado di regalarmi una serenità che non avevo prima, concretizzata da due bellissime figlie, che sono il frutto di tutto il nostro amore. Io non so se sarò un padre all’altezza del ruolo, ma posso dire che con Valeria e le bimbe sono un uomo molto felice”. (Foto: Instagram Matej Cernic) LEGGI TUTTO