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Gallinari: “Io, ciccione dell’Nba mi sento un modello. Gli sfottò di Chris Paul e Kobe Bryant…”


Gallinari: “Tanti talenti nel basket europeo”

Quando si è sentito più vicino al titolo? Nel terzo anno a Denver e, appunto, nella stagione a Boston. Entrambe le occasioni, purtroppo, coincise con momenti negativi. Sono arrivato quasi in fondo con Atlanta, certo, ma quello era stato un risultato già superiore a ogni aspettativa”. Oggi nella Lega imperversano i vari Nikola Jokic, Luka Doncic e Giannis Antetokounmpo: si sente un po’ un precursore del movimento europeo negli Stati Uniti?Il percorso che in qualche modo ho contribuito ad avviare mi rende oggi molto orgoglioso. Quando sono entrato in Nba, in effetti, gli americani tendevano a essere sempre molto superiori. Ora l’asticella del basket europeo è molto alta: produciamo numerosi talenti a livello di Mvp nella Nba”. Un italiano negli States: aneddoti divertenti legati alle sue origini?Uh, molti. Uno dei più incredibili, anche se non inattesi, resta sicuramente Kobe Bryant che ogni volta mi veniva incontro parlando in italiano. Diciamo che non sono pochi gli americani a conoscere delle parole nella nostra lingua, solo che sono quasi unicamente parolacce. E poi c’è Blake Griffin, che prima di un tiro libero, per distrarmi, ha iniziato a cantare “L’italiano” di Toto Cutugno. La sa tutta, è una cosa incredibile. E me ne viene in mente anche un altro”.

Gallinari: “Io, ciccione dell’Nba”

Prego. “Chris Paul, quando giocava con Marco Belinelli, lo chiamava “Ciccione”, perché era molto goloso. E anche a me è sempre piaciuto mangiare. Così ha iniziato a chiamare allo stesso modo anche me. Quando chiamava lo schema per “Ciccione”, durante un time out, poi sapevamo tutti cosa dovessimo giocare”. A proposito, come ha vissuto l’epoca con Belinelli e Andrea Bargnani protagonisti insieme a lei?Il rapporto tra di noi è cresciuto negli anni e il confronto ci ha sempre motivato. I derby con loro sono stati belli perché due italiani, allora, si sfidavano da protagonisti, non scaldando la panchina”. Restando in tema Italia: non ha pensato a una “last dance” in patria?Quasi tutti i giocatori europei, a fine carriera Nba, ci pensano. Ma i tempi e le vicende non me l’hanno permesso. Non volevo spostare la famiglia per uno o due anni, sapendo che poi saremmo tornati a vivere negli Usa, innanzitutto. E poi Porto Rico ha rappresentato un lieto fine: da protagonista e da vincente, riassaporando vecchie sensazioni. Avrei fatto un’eccezione soltanto per Milano”.

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