È francamente incredibile che si possa anche solo pensare di disputare un torneo professionistico in un contesto del genere. Il Challenger de Fujairah è stato sospeso dopo le notizie di attacchi con droni a pochi chilometri dall’impianto, ma la domanda è inevitabile: perché si è arrivati a questo punto?
Le parole dell’ucraino Vladyslav Orlov sono inquietanti: rumori di aerei, boati percepibili dai campi, email che parlano di bombardamenti a 10 chilometri di distanza. Non si tratta di allarmismo, ma di fatti concreti. Eppure si è giocato. Fino a quando non è stato impossibile far finta di nulla.
Vladyslav Orlov spoke about the situation at the Challenger in Fujairah (UAE), where he won his second qualifying match today to reach the main draw.
Reports indicate that Iranian drones targeted oil infrastructure in Fujairah.
All players have been evacuated and play has… pic.twitter.com/ajNLVcewUO
— Ukrainian Tennis • BTU (@ukrtennis_eng) March 3, 2026
La sicurezza di atleti, staff e pubblico dovrebbe essere un principio non negoziabile. Invece, troppo spesso, il calendario e le esigenze organizzative sembrano avere la priorità su tutto il resto. Lo sport non può e non deve trasformarsi in un esercizio di normalizzazione del pericolo.
Sospendere il torneo è stata una decisione doverosa. Ma il vero interrogativo resta a monte: era opportuno programmare e mantenere un evento internazionale in un’area esposta a un’escalation militare?
In certi casi, fermarsi prima non è debolezza. È responsabilità.
Francesco Paolo Villarico
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