in

Charleston e il mistero della terra verde: perché si chiama così e cosa cambia davvero rispetto alla terra rossa


Ogni anno, con l’arrivo del WTA di Charleston, torna sempre la stessa curiosità: perché il torneo si gioca sulla cosiddetta terra verde? E soprattutto, perché viene chiamata verde se, a guardarla, sembra molto più vicina al grigio? Alla seconda domanda una risposta definitiva forse non c’è, ma sulla prima il discorso è molto più chiaro.

Charleston è da decenni uno degli eventi più iconici del circuito femminile e ha costruito anche attraverso questa superficie una parte importante della propria identità. La terra verde rappresenta infatti un unicum nel calendario e svolge un ruolo ben preciso: accompagnare le giocatrici nel passaggio dalla stagione sul cemento nordamericano alla lunga parte europea sulla terra rossa, che culmina poi con i grandi tornei primaverili e il Roland Garros.

Ma la vera domanda è un’altra: giocare sulla terra verde è davvero diverso rispetto alla terra rossa? La risposta, guardando sia le caratteristiche tecniche sia l’albo d’oro del torneo, sembra essere sì. Basta confrontare Charleston con eventi come Roma per capire che le condizioni cambiano sensibilmente e che non si tratta soltanto di una differenza estetica.

A spiegare l’origine di questa superficie è stato Rob Eppelsheimer, direttore del torneo di Charleston: la terra verde deriva da una pietra estratta dalle montagne della Virginia e lavorata fino a diventare una polvere molto fine. Nessun elemento artificiale, soltanto un materiale naturale con caratteristiche diverse dalla terra rossa tradizionale. Secondo Eppelsheimer, la terra verde tende a compattarsi di più, creando una base molto solida, pur mantenendo uno strato superficiale più mobile che permette comunque alle giocatrici di scivolare, anche se in modo differente.

Ed è proprio qui che emerge la grande distinzione tecnica. La terra verde viene spesso considerata una superficie intermedia, una sorta di ponte tra il cemento e la terra battuta europea. Non tutte, però, la interpretano allo stesso modo.

Alison Riske, ad esempio, l’ha descritta come una superficie di transizione, sottolineando come molte giocatrici la ritengano più veloce della terra rossa. Tuttavia, la statunitense ha raccontato una percezione personale diversa: una volta arrivata in Europa, in tornei come Madrid o Roma, ha spesso avuto la sensazione che le condizioni fossero perfino più rapide rispetto a Charleston, complice l’altitudine o il caldo che favoriscono la velocità della palla. Diverso invece il discorso per il Roland Garros, spesso reso più lento da pioggia e umidità.

Per Andrea Petkovic, invece, la differenza più evidente riguarda soprattutto gli spostamenti. Sulla terra verde, ha spiegato, si scivola in modo diverso, meno naturale rispetto alla terra rossa. Ed è forse proprio questa particolarità a rendere Charleston un torneo storicamente favorevole anche a giocatrici più aggressive e meno specialiste del rosso. Non è un caso, secondo Petkovic, che qui abbiano vinto in passato tenniste come Jessica Pegula, Madison Keys, Angelique Kerber o Sabine Lisicki, profili non sempre associati alla classica terra battuta europea.

Anche le giocatrici più giovani percepiscono chiaramente questa diversità. Iva Jovic ha sottolineato come il movimento sia più complicato: la superficie è più granulosa, più scivolosa e può mettere in difficoltà soprattutto chi resta dietro la linea di fondo. Gli scambi, a suo avviso, tendono a essere più brevi, perché la terra verde non è fine come quella rossa e richiede un adattamento molto specifico.
Sulla stessa linea anche Ashley Krueger, che ha definito terra verde e terra rossa “completamente diverse”. La rossa, secondo lei, è più morbida e consente di entrare meglio in campo; la verde, al contrario, è più sabbiosa e trasmette una sensazione di maggiore instabilità. Pur essendo cresciuta giocando sulla terra verde, Krueger ha ammesso di sentirsi più a suo agio sulla terra tradizionale europea.

Alla fine, stabilire quale delle due superfici sia migliore è impossibile. Quello che appare evidente è che non sono affatto la stessa cosa. Charleston resta così un torneo unico nel suo genere: una tappa speciale, diversa dal resto della stagione, capace di offrire una transizione più graduale verso la terra rossa e, allo stesso tempo, di aiutare quelle giocatrici che non amano particolarmente il classico “rosso” europeo.
Insomma, il colore colpisce l’occhio, ma la vera differenza sta altrove: velocità, scivolamento, compattezza e densità della superficie. Ed è proprio questo mix a rendere Charleston uno degli appuntamenti più particolari e affascinanti di tutto il calendario WTA.

Francesco Paolo Villarico


Fonte: http://feed.livetennis.it/livetennis/

Tagcloud:

Nba, serata nera per i Lakers: ko con Oklahoma e Doncic si fa male. Vince San Antonio

Playoff Challenge, Cuttini verso Monza-Padova: “Curioso di vedere come affronteremo questa sfida”