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Dan Peterson: “I miei 90 anni sempre a ritmo. In Italia per caso, poi è diventata casa”


Novant’anni vissuti sempre in prima linea. Dan Peterson oggi celebra un traguardo straordinario e lo fa nel modo che più gli appartiene: raccontando storie. Alle 11, presso la Sala Buzzati di via Balzan 3, viene presentato “Per Sempre Numero Uno”, il docufilm che ripercorre la vita e la carriera di una delle figure più iconiche dello sport italiano. Prodotto da Fenice Film, in collaborazione con Sun Production e Switch Style, il documentario attraversa l’universo umano e professionale di Peterson: dall’arrivo in Italia all’esperienza in panchina, fino alla sua seconda vita da comunicatore, volto televisivo e voce ancora oggi protagonista su Radio TV Serie A. Dan Peterson, oggi compie 90 anni e festeggia con un docufilm: che significato ha per lei questo momento? “È una giornata speciale. Il film non nasce per celebrare un compleanno, ma per raccontare un percorso. È un progetto vivo, che sarà diffuso in 1200 sale e poi nelle scuole, nelle società sportive e che arriverà anche sulle piattaforme di streaming. Se può lasciare qualcosa, soprattutto ai più giovani, allora sarà un successo“. Il suo rapporto con l’Italia è iniziato ormai tantissimi anni fa, con lo sbarco a Bologna nel 1973: quanto era consapevole di quello che stava per accadere?Per niente. Era la mia prima volta in Europa, arrivavo da un’esperienza in Cile e avevo firmato un contratto pieno di clausole di uscita. Non ero sicuro di restare. Pensavo fosse una tappa provvisoria e invece sono passati più di cinquant’anni: l’Italia è diventata casa“.

“La Banda Bassotti mi rese orgoglioso”

Passiamo al basket giocato e allenato: c’è una vittoria che più di tutte rappresenta la sua carriera? “Ogni fase ha avuto qualcosa di unico. La rimonta con l’Aris Salonicco, nella Coppa dei Campioni poi vinta con l’Olimpia nel 1986, resta qualcosa di incredibile, fuori da ogni logica. Il grande slam con Milano, però, è la sintesi di un lavoro lungo e complesso. E poi Bologna, con la Coppa Italia del ’74 e lo scudetto del ’76, che mancava da vent’anni. Senza dimenticare la “Banda Bassotti” all’Olimpia: partimmo senza aspettative e arrivammo in finale scudetto. Quella crescita mi rese orgogliosissimo“. L’Olimpia, proprio come coach Peterson, festeggia oggi i suoi 90 anni: Milano è stata una parte centrale della sua storia professionale e di vita, ma quale era il segreto di quelle squadre leggendarie che lei ha allenato negli anni ’80 e di cui si parla ancora oggi?L’ambizione quotidiana. Anche in allenamento si giocava per vincere lo scudetto. C’era una cultura del lavoro molto forte, un mix di giocatori italiani e americani di grande mentalità. Tutto questo ha costruito una leggenda“. Nel 1987 decise di lasciare la panchina dell’Olimpia nel momento più alto della sua carriera, dopo aver appena vinto tutto: una scelta che ancora oggi fa discutere…Ero stanchissimo. Vincere non è mai scontato e la pressione era enorme. Il dopo partita mi distruggeva, non riuscivo a dormire. Inoltre non volevo che l’Olimpia fosse legata solo a me o che Casalini restasse bloccato. Forse oggi farei una scelta diversa, ma allora mi sembrava la cosa più corretta“.

“Amo il basket completo, la circolazione di palla, le scelte intelligenti

Milano però non si è mai dimenticata di coach Peterson: il ritorno del 2011 sulla panchina dell’Olimpia è stato un qualcosa di inatteso e per certi versi leggendario, non crede? “Per me è stato come chiudere un cerchio rimasto aperto troppo a lungo. Un modo per riparare, almeno in parte, a un ritiro arrivato troppo presto“. Da allenatore a voce del basket a personaggio tv con spot iconici: quanto è stato importante quel passaggio? “Fondamentale. Ho sempre voluto raccontare il basket con entusiasmo, ma senza diventare una caricatura. Essere me stesso era la priorità. Il basket è ritmo, intelligenza, emozione: se riesci a trasmettere questo, la gente si appassiona“. Oggi segue il calcio: le mancano le telecronache del basket?Molto. Mi sono sempre divertito tantissimo. Se ci fosse l’occasione giusta, sarei felice di tornare a raccontare la pallacanestro“. Da grande amante del gioco, come guarda al basket moderno? Con un po’ di nostalgia. Il tiro da tre è diventato troppo centrale e ha tolto varietà al gioco. Amo il basket completo, la circolazione di palla, le scelte intelligenti. Quando vedo quello, sono felice“. Dan Peterson, a 90 anni, continua a osservare e raccontare. Numero uno per sempre, non solo per i titoli, ma per la capacità di restare autentico e iconico.

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